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Marx e i suoi scolari

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Marx e i suoi scolari
Titolo Marx e i suoi scolari
Autori ,
Argomento Traduzioni
Collana 4. Bussole
serie Antichi e moderni, 16
Marchio Stilo
Editore Stilo Editrice
Formato
libro Libro: Brossura
Dimensioni 12x19,5
Pagine 160
ISBN 9788864792804
media voto
5/5 su 2 recensioni
 

Abstract

Circa venti anni addietro, il grande storico britannico Eric Hobsbawm pubblicò un’ampia voce biografica su Karl Marx nell’Oxford Dictionary of National Biography. Questo scritto, che rispecchia la riflessione più matura di Hobsbawm sulla figura e sul pensiero di Marx , segna, nonostante la brevità, un passo avanti e, si potrebbe dire, conclusivo nell’ambito della riflessione di lunga durata dedicata da Hobsbawm alla figura di Marx. Il te...
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Circa venti anni addietro, il grande storico britannico Eric Hobsbawm pubblicò un’ampia voce biografica su Karl Marx nell’Oxford Dictionary of National Biography. Questo scritto, che rispecchia la riflessione più matura di Hobsbawm sulla figura e sul pensiero di Marx , segna, nonostante la brevità, un passo avanti e, si potrebbe dire, conclusivo nell’ambito della riflessione di lunga durata dedicata da Hobsbawm alla figura di Marx. Il testo è preceduto da una ricerca di Luciano Canfora incentrata sulle indicazioni politiche operative lanciate in modo discontinuo da Marx durante la sua lunga militanza, e soprattutto durante il lungo esilio. Ciò che viene qui messo in evidenza è il peso costituito dalla rilettura che Engels diede di quelle indicazioni sommarie e discontinue: rilettura che determinò il modo di essere e di condurre la propria azione politica da parte della socialdemocrazia europea e tedesca in particolare. Al termine di questa vicenda vi è lo scontro durissimo tra gli eredi di Engels e l’emergente leninismo. Un’attenzione particolare viene dedicata all’esito italiano di questo scontro, imperniato sulla originalità, sanamente eretica dei maggiori esponenti del marxismo italiano Gramsci e Togliatti.
 

Biografia degli autori

Luciano Canfora

Luciano Canfora
Luciano Canfora è professore emerito dellʼUniversità di Bari. Dirige i «Quaderni di storia» e collabora con il «Corriere della Sera». Tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo: La meravigliosa storia del falso Artemidoro (Sellerio, 2011); Il mondo di Atene (Laterza, 2011); Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno, 2012); Spie, URSS, antifascismo. Gramsci 1926-1937 (Salerno, 2012); La guerra civile ateniese (Rizzoli, 2013); La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone (Laterza, 2014); Augusto. Figlio di dio (Laterza, 2015); Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio (Laterza, 2016); La schiavitù del capitale (il Mulino, 2017).

Eric Hobsbawm

Eric Hobsbawm (1917-2012), già docente a Cambridge (King's College, Birkbeck College), è stato il maggiore storico del socialismo e dell'Europa  otto e novecentesca. Tra le sue pubblicazioni: Il secolo breve (Rizzoli, 1995), Storia d'Europa, vol. I, L'età contemporanea. Secoli XIX-XX (Einaudi, 1996), Gente che lavora. Storie di operai e contadini (Rizzoli, 2001), Imperialismi (Rizzoli, 2007), La fine della cultura (Rizzoli, 2013). Ha diretto l'ampia e polifonica Storia del marxismo per Einaudi.

“MARX E I SUOI SCOLARI” RECENSIONE DEL LIBRO DI L. CANFORA E H. HOBSBAWM
di Michele Giorgio
A 140 anni dalla morte di Marx è opportuno porsi alcune domande sulla validità delle indicazioni politiche e operative offerte dai suoi scritti e sull’uso che nel tempo è stato fatto del suo pensiero. Lo facciamo lasciandoci guidare da Luciano Canfora e da Hobsbawm rileggendo il libro “Marx e i suoi scolari”, Stilo Editrice, di cui sono autori. Bisogna attribuire a Luciano Canfora il merito di aver analizzato nel suo Saggio l’avventura speculativa ed operativa di Marx; di aver centrato le costanti del suo pensiero e della sua azione e di aver rilevato le conformità e le difformità interpretative degli autorevoli suoi scolari: Trochi, Lenin, Russell, Gramsci, Togliatti ed altri ancora. Ad Hobsbawm va riconosciuto il merito di aver ricostruito gli sviluppi della sua concezione filosofica, economica e sociale, così come risulta dalla puntuale rilettura del “Manifesto” e del “Capitale”, non senza una visione critica che porterà lo storico ad ammettere che “il marxismo manca di omogeneità peccando di eccesso di speranza storica espressa con una straordinaria passione politica…. nella perenne aspirazione ad una società perfetta”. Resta accertato, comunque, che merito di questo libro sia quello di aver ricostruito gli sviluppi della filosofia rivoluzionaria di Marx e del suo collaboratore Engels e di aver ripercorso l’itinerario storico - operativo di un pensiero che ha costantemente alimentato la speranza di radicali trasformazioni dell’assetto politico, economico e sociale del proletariato lungo l’arco temporale compreso tra il secondo ottocento e lntero novecento. Il pensiero filosofico di Marx è espresso nei numerosi articoli di giornali e di riviste di cui fu direttore o corrispondente e nelle due opere fondamentali già citate. Nel saggio di Luciano Canfora c’è un approfondito esame del Manifesto nella sua progressiva evoluzione dalla fase legata alla di Parigi, alle complesse fasi storiche successive caratterizzate ora da fermenti rivoluzionari, ora da fermenti reazionari sul piano politico. Donde la necessità di una continua revisione del testo per farlo aderire alle sequenze degli sviluppi storici; fermo restando che nel testo rimangono invariate alcune costanti di base che costituiscono il nocciolo duro del pensiero degli autori. Si tratta delle fasi di passaggio dalla conquista della democrazia da parte del proletariato all’attacco al diritto di proprietà della borghesia fino all’innalzamento della classe proletaria a classe dominante. È importante la sottolineatura che Canfora fa secondo cui “la Dittatura del proletariato” fu assente nel Manifesto”. E precisa che poche volte Marx la utilizzerà. Piuttosto diventerà la parola d’ordine del Leninismo e sarà alla base della Rivoluzione Russa e della dittatura di Stalin. Una delle poche volte in cui Marx usò l’espressione Dittatura del proletariato si registra in una lettera del 1852 scritta all’amico Joseph Weydermexer: “Quel che ho fatto di nuovo è stato di dimostrare 1) che l’esistenza delle classi è legata soltanto a determinate fasi dello sviluppo storico della produzione; 2) che la lotta delle classi necessariamente conduce alla dittatura del proletariato; 3) che questa dittatura non costituisce che il passaggio alla soppressione di tutte le classi e ad una società senza classi”. In realtà va sottolineato che l’interpretazione autentica dei principi contenuti nel Manifesto fu espressa da Engels in occasione della pubblicazione dell’ultima edizione del testo avvenuta parecchi anni dopo la morte di Marx. Erano queste le fasi che il Manifesto prevedeva per la costruzione di un ordine nuovo nella società: la prima fase della lotta del proletariato doveva consistere nella conquista della democrazia attraverso il suffragio universale; la seconda fase doveva consistere nel raggiungimento dell’egemonia del proletariato tramite le elezioni; la terza fase doveva consistere nella organizzazione della “violenza rivoluzionaria” per distruggere l’ordine esistente. A questo punto sono interessanti le critiche che all’’interpretazione di Engels rivolge Hobsbawm: non si sa quale deve essere la parte operativa del Parlamento; né in qual modo si realizza la democrazia una volta consolidatasi come potere. Donde la conclusione dello storico: “La teoria di Marx manca di omogeneità”. In realtà bisogna dire che, anche Marx dovette provare una grande delusione quando constatò che, nel giugno 1848, la Rivoluzione socialista”, da lui auspicata, era stata schiacciata nel sangue. Per cui l’esito manifestato fu il “disastro della Comune”. Commentando questi avvenimenti, in una lettera ad Engels del 1858 Marx ebbe a lamentare che, a differenza di quanto da loro previsto, la borghesia si era affermata con l’apertura del “Mercato Globale”. Pertanto, in questa situazione storica, era impossibile pensare ad una rivoluzione socialista. Sempre commentando la medesima situazione, nel 1875 così Marx scriveva ad Engels: “La fase transitoria dopo la presa del potere per via rivoluzionaria è la ; il resto è litania democratica”. Era una esplicita ammissione del fallimento del tanto decantato suffragio universale che era appannaggio della sola ala moderata di quella che sarebbe divenuta la “Socialdemocrazia” europea. Un rilievo particolare Canfora dà alla deformata interpretazione che di Marx fa Lenin protagonista della rivoluzione russa. Lo storico sottolinea che a Lenin importava fare riferimento al corpus degli scritti di Marx e usarlo con “rapsodica ed episodica selettività”. Data la particolare situazione della Russia, Lenin pose l’accento sulla “Dittatura del proletariato” presentata come “sostanza della dottrina di Marx sullo Stato. Alla luce di quanto prima sottolineato, si tratta di una evidenza forzatura del pensiero marxiano. Anzi, rimarcando la dose della interpretazione rapsodica, Lenin attribuiva al proletariato il compito di “fracassare il meccanismo statale borghese, di distruggere questo e, con esso, le istituzioni parlamentari. Suo obiettivo era quello di manipolare a vantaggio della Russia l’imperialismo che si stava diffondendo in Europa. Questo imperialismo era fondato sulla lotta per la spartizione del pianeta tra le potenze in lotta nel primo conflitto mondiale, si intrecciava con l’elemento nazionale e lo rilanciava. Pertanto, come sottolinea Canfora, “i proletari delle potenze egemoni erano sempre più cointeressati al frutto del bottino imperialistico di casa propria”. Tale nuova prospettiva storica sfuggiva all’analisi fatta da Marx – Engels. Infatti, mentre i due approdarono ad un capitalismo internazionalista, che unificava il mercato, Lenin comprese che lo sconto imminente era tra imperialismi contrapposti. Date queste premesse, si giustifica la posizione di Trokij: se la barricata, come accadde in Francia, era votata alla sconfitta, se la via parlamentare era stata impotente di fronte alla guerra tra opposti imperialismi, allora la strada da seguire doveva essere una azione militare ben attrezzata (colpo di Stato) che contasse sull’appoggio di gruppi sociali organizzati. Si comprende come un governo sorto a seguito di quel colpo di Stato avesse potuto reggere dopo lo scioglimento della Costituente, alla guerra civile ed all’intervento straniero. Differenti posizioni rispetto alla interpretazione di Lenin e Trokij furono assunte dal proletariato nella Germania e nell’Italia. Il tedesco Russell nel suo libro “Democrazia e Rivoluzione” criticò la democrazia borghese occidentale che definì “truffa”. In questa condanna collocò anche la democrazia tedesca. In effetti la democrazia borghese, da lui definita governo della maggioranza, era il risultato del dominio di coloro che costellavano i mezzi con cui formare l’opinione comune, specialmente la scuola e la stampa. Ma non risparmiò critiche anche agli artefici della rivoluzione russa che erano vittime del “fanatismo bolscevico”. Russell, dal canto suo, esaminando la situazione europea del novecento, paventò per il futuro una devianza in senso nazionalistico anche in Paesi socialisti. Anzi, ipotizzò che in un futuro potessero esplodere conflitti tra loro. E sottolineò che “la Dittatura del proletariato potesse avere un senso e un ruolo solo in quanto misura temporanea e transitoria di guerra. Comunque, ci tenne a sottolineare che, a suo parere, “ la situazione creatasi in Russia non è esportabile in Occidente”. Guardando alla situazione dell’Italia, Gramsci, a sua volta, consigliò di “sostituire alla sommaria formula “Dittatura del proletariato” il più sottile culturalmente e certo anche sfuggente concetto di “egemonia”. “Tra i tanti significati di democrazia quello più realistico e concreto mi pare si possa trarre in connessione con il concetto di ”. Canfora ricalca l’esempio di Gramsci riguardante la dell’antica Roma, consistente nella concessione della cittadinanza ai popoli conquistati”. Sulla scia di Gramsci e di Russell, nel 1948, anche Togliatti, servendosi della ammonizione di Engels del cambio d’epoca caratterizzato dalla guerra tra potenze imperiali; dalla rivoluzione e dalle speranze da questa aperte e rilevando che, a seguito di questi eventi, l’uomo aveva davanti a sé un abisso nuovo e tremendo, pensò alla costruzione di un partito nuovo, diverso da quello creato in Russia, frutto di una accurata “revisione” della interpretazione data del pensiero di Marx – Engels. Egli rievocò la minaccia della comune distruzione creata dalla violenza politica e dichiarò che, di fronte alla minaccia concreta della comune distruzione “la coscienza della comune natura emerge con forza nuova”. E così continuò: “Il pieno sviluppo della persona umana è la meta di tutta la storia degli uomini”. Per cui, aggiunse, “la nostra è, se si vuole, una completa religione dell’uomo”. È chiara la volontà di seguire una via italiana al Comunismo che rifiutasse la rivoluzione armata e tendesse ad affermarsi attraverso il Costituzionalismo, il Parlamentarismo, il Suffragio universale. Su questo terreno si sarebbero misurare le forze fondate su maturi programmi di governo, seppure alternativi fra loro. Aldo Moro sarebbe stato tra i primi a comprendere la portata umana del Partito Comunista italiano anch’esso fondato sul rispetto della dignità della persona umana. Sulla base di questo comune riconoscimento egli avrebbe avuto il coraggio di aprire il dialogo ed il confronto con questo partito. Purtroppo, il suo progetto fu avversato da alcuni alti prelati della Chiesa e da un nutrito gruppo di componenti del suo partito. Ma egli riuscì ad aprire il dialogo accogliendo la sfida del lanciata da Enrico Berlinguer, uomo mite e disponibile a ricalcare le orme della via umana al Comunismo tracciata da Togliatti. Purtroppo, sarebbero state le Brigate Rosse a contrastare con la violenza terroristica questo processo che si concluse con l’assassinio dello Statista democristiano. L’epilogo di questo Saggio è molto interessante perché fa il punto dell’attuale momento storico riferito specialmente al Marxismo. Bisogna dare atto all’onestà intellettuale di Fabrizio Canfora il quale non esita a descrivere l’attuale attuazione politica puntando sulla descrizione reale del “vincitore dello scontro di potenza” che “non fu sazio, né lo è tutt’ora” in quanto “”vuole tutto”. È chiaro il riferimento ai dittatori che si sono susseguiti in Russia fino a Putin. Il quale “cancellato in larghissima misura il suo carattere sociale e statale creato dal Bolscevismo italiano”, ha trasformato la Russia in una formazione economico – sociale inedita con forti componenti del Capitalismo . È chiara, a questo punto, lo scostamento dai principi ispiratori dettati da Marx. Donde la conclusione di Hobsbawm nell’opera apparsa nel 2011: “How to Change the world” . Non possiamo prevedere la soluzione ai problemi che il mondo deve affrontare nel XXI secolo; ma, se si vuole avere una chance di successo bisogna porre le stesse domande che si pose Marx, rifiutando al contempo, le risposte dei suoi discepoli”. Che è, secondo Canfora, “un modo elegante per dire che Marx non ha avuto eredi politici, a rigore nemmeno Engels; e forse non li ha voluti”. Al saggio di Canfora segue un puntuale e documentato profilo biografico e culturale di Marx tracciato da Hobsbawm. Importanti le notizie spicciole sulla complessa vita del filosofo; suggestivo anche il riferimento alla sua concezione filosofica che egli stesso definì “materialismo dialettico e storico”; nonché alla sua teoria economica e sociale esposta nell’opera “Das Capital”. Spicca tra i tanti privilegi degli scritti di Marx la concezione riguardante il lavoro dei filosofi: “I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo”. Comunque vale l’apprezzamento che Hobsbawm fa di due direttrici fondamentali della sua concezione filosofica: “una utopico – teleologica, l’altra storico – evolutiva, entrambe fondate su un ragionamento logico, anche se non lineare, e connesse dal concetto di pratica sociale”. Il filo rosso che collega le sue enunciazioni sul Capitale attraversa tre punti nodali: !) un’analisi della produzione della merce che comprende una esposizione del concetto di alienazione; 2) una teoria dello sfruttamento di classe consistente nell’appropriazione indebita da parte della borghesia del surplus di valore; 3) un modello del modus operandi contradittorio dell’economia capitalistica che finisce per creare le condizioni del proprio superamento. Comunque, secondo Hobsbawm “si può affermare con sicurezza che, al momento della sua morte, Marx non credeva che la fine del Capitalismo fosse imminente. Quasi sicuramente riteneva che il Capitalismo sarebbe stato liquidato al momento opportuno dalle forze socialmente esplosive delle mature società industriali”. Nel caso degli Stati democratici egli non escluse tuttavia la possibilità di una transizione non violenta. Cosa dire dopo la lettura di questo libro? Bisogna ammettere che si tratta di un’opera molto documentata e costellata di notevoli spunti critici sia da parte di Canfora che da parte di Hobsbawm sul pensiero e sull’azione di Marx – Engels. Tali spunti muovono la curiosità del lettore ed invogliano a continuare la lettura ansiosi di afferrare gli snodi della ricerca di Marx e di rilevarne congruenze e incongruenze. L’opera, per la sua agibilità e facilità di lettura, può essere adottata con efficacia nelle scuole superiori, fatta leggere dagli studenti e resa oggetto di discussione all’interno delle classi dell’ultimo anno.

Il prezioso volumetto propone, tradotta, l’agile biografia di Marx scritta un ventennio fa da Eric Hobsbawm, preceduta da un sostanzioso ancorché breve saggio di Luciano Canfora. Il filologo classico e storico continua così a percorrere uno dei filoni di ricerca da lui prediletti – la storia del movimento socialista e comunista da Marx in poi – interrogandosi su quale sia stato l’autentico disegno concepito dal filosofo di Treviri per attuare il programma da lui elaborato nei diversi e travagliati momenti della sua vita politica, e conseguentemente domandandosi se gli eredi di Marx (gli “scolari”) ne siano stati fedeli interpreti, continuatori o – in varia misura – travisatori. Con la consueta maestria filologica Canfora prende in esame i fondamentali scritti marxiani mettendo in luce i processi di costituzione del testo (metodo che già presiedeva, ad esempio, all’ampia introduzione del filologo barese alla tesi dottorale di Marx su Epicuro pubblicata di recente da Laterza, o prima ancora al capitolo iniziale di Figlio di Dio dedicato agli studi marxiani su Appiano) per giungere a vagliare le letture che ne sono state date a partire da quella di Engels, coautore di molti scritti di Marx e di essi, a rigore, il più veritiero e autorevole conoscitore e chiosatore. Canfora sottopone a indagine il controverso concetto di «dittatura del proletariato», assente come è noto nel Manifesto del partito comunista del 1948 e in tutti i principali scritti marxiani eccetto la Critica del programma di Gotha del 1875, concepita peraltro nell’ottica di una polemica contingente contro Ferdinand Lassalle e pubblicata postuma. Mentre Engels a fine secolo, morto Marx, esplicitava la tattica della socialdemocrazia tedesca (il più grande partito ispirato al “marxismo” in quell’epoca) indicando la via della progressiva ascesa al potere attraverso l’avanzata elettorale, da parte sua Lenin, a cavallo fra i due secoli e specialmente durante la stagione rivoluzionaria russa, rilanciava la nozione di dittatura proletaria teorizzandola come la “vera” via marxista e “leninizzando” Marx. L’esperimento bolscevico, però, nasceva in un contesto molto diverso da quello dell’Europa occidentale industrializzata; i tentativi di estendere a Ovest la rivoluzione russa si rivelavano infruttuosi. In Italia – il paese occidentale che, con la Germania, era sembrato sul punto di “fare come in Russia” ma che poi era caduto in mano alla reazione fascista – Gramsci sviluppava il concetto di «egemonia» atto a interpretare specialmente le fasi di «guerra di posizione» in cui il proletariato non avrebbe potuto dare l’“assalto” al cuore del potere, ma avrebbe dovuto edificare le sue alleanze conquistando via via le «casematte» della società. E sulle orme di lui Togliatti, primo lettore e divulgatore del pensiero gramsciano, propugnava la costruzione di una rete di relazioni e di radicamento sociale che non a caso avrebbe condotto il PCI a diventare il più forte partito comunista dell’Occidente capitalistico. Sviluppi appartenenti a un orizzonte storico che Marx ed Engels non avevano neppure potuto immaginare. Quanti, e quali, “scolari” di Marx – si domanda Canfora – hanno solcato davvero la strada della prassi da lui pensata? O non si deve piuttosto concludere «che Marx non ha avuto davvero eredi politici […]; e forse non li ha voluti»?
Pasquale Martino

Rassegna stampa per Marx e i suoi scolari

di Paolo Fai
di Nicola Pice
a cura della redazione

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